Il poema di Giusy Porzio canta odi sospese tra il riconoscimento del preminente ruolo dell’Amore in una società impaurita e smarrita e la lucida intuizione dello psicologo James Hillman, secondo cui questo Amore sia tutt’altro che onnipotente qualora venga evocato solo didascalicamente. Amore, infatti, può ben poco se prima non riconosce. per elaborane il significato più profondo. la vocazione dell'anima, nel cui nucleo enigmatico non mancano le scorie del Cattivo Seme, da cui scaturisce ciò che viene poi ingenuamente decodificato come inatteso. Nei versi della Porzio non vi è fuga dal dato di realtà, ma la tribolata e sognante disposizione a un incessante lavorio interiore per costruire una (auto-)critica della legge istituita, fondata su una sequela di nuovi eventi che ristrutturino il fluire del tempo pieno, del kairos, affinché l'inaggirabile rappresentazione del conflitto, sia in chiave archetipica che economica, non debordi nella violenza, cartina di tornasole di una società che seda le proprie ansie con ricette irenistiche che però archiviano ogni aspirazione al trascendente. L'idea del limite assume allora non la castrante leggiadria di rinnovati miti di eterna giovinezza, di frettolose rimozioni della morte dal panorama biografico, ma testimonia la consapevolezza che le spinte post-soggettive che innervano il presente sono chiamate a riannodare trame solidaristiche e affettive senza timore che le stesse diventino strumenti di repressione della potenza creatrice del singolo. Significativo che la raccolta si chiuda attraverso la serena coniugazione della tarde non come metafora ciclica delle età dell'Uomo, bensì come occasione per pensare, sentire, amare I’Altro, e in particolare un Altro, nella più distesa atmosfera che le luci della città apparec¬chiano per congedare la frenesia del giorno.
Alessandro Lattarulo