"Fare anima" è stare dalla parte dei sogni, delle ombre, degli avi, è stare dalla parte del daimon, il lato invisibile delle cose.
James Hillman
Il mio approccio terapeutico segue la Scuola Analitica Junghiana ed Hillmaniana. Uno degli strumenti di lavoro che utilizzo è il sogno.
Vorrei fornire qualche elemento che possa spiegare la mia modalità di lavoro.
Se sappiamo guardare in faccia la nostra ombra professionale, mostriamo al paziente che si devono affrontare anche i lati spiacevoli della vita. Se non lo facciamo, gli insegniamo ad ingannare sé stesso e il mondo.
Adolf Guggenbuhl-Craig
La Psicologia Analitica (o psicologia del profondo) è una teoria psicologica e un metodo di indagine del profondo elaborato dall'analista svizzero Carl Gustav Jung e dagli allievi della sua scuola. Nata da una costola della psicoanalisi di Freud, di cui Jung fu allievo e collaboratore dal 1906 al 1913, la Psicologia Analitica se ne distacca, perché Jung incomincia a sostenere che la libido, non si manifesta solo nelle istanze pulsionali individuali, ma è invece, attraverso il simbolo, sia la manifestazione individuale del substrato archetipico profondo dell'umanità, sia il motore della trasformazione del singolo, che Jung chiama processo di individuazione. Per la Psicologia Analitica Junghiana, tale processo di individuazione archetipica costituisce la finalità dell'esistenza di ogni persona.
Nell'esaminare il rapporto tra la sua Psicologia Analitica e la visione del mondo che essa propone, Jung si richiama alla necessità di superare la concezione unilaterale dell'uomo e del mondo che emerge dalla psicoanalisi freudiana, influenzata dal materialismo razionalista di fine ottocento; essa ha inoltre proposto una visione limitata e insufficiente dell'inconscio – come sede dei contenuti rimossi dalla coscienza – in cui è invece necessario riconoscere secondo Jung un'attività positiva e produttiva che crea contenuti nuovi e autonomi che influiscono sulla vita spirituale dell'individuo; accanto all'inconscio personale si deve inoltre ammettere l'esistenza di un inconscio collettivo ereditato dall'umanità i cui contenuti, gli archetipi, si ritrovano nei miti, nella religione, nella cultura dei popoli.
La psiche non è nel corpo, dentro la pelle. È il nostro corpo a trovarsi dentro l'anima, cioè è la psiche che comprende il corpo.
James Hillman
Dice Hillman: "Il rapporto psichico non è solo tra due persone, ma tra le persone e tutte le cose. Se parliamo dell'uomo, non possiamo dimenticarci delle cose in cui si esprime, architettura, traffico, pittura, letteratura, politica, agricoltura, ambiente, eccetera: insomma la psiche nel mondo. Questo è il cambiamento radicale". La psicologia archetipica, è una particolare scuola di psicologia analitica elaborata dallo psicoanalista junghiano e filosofo James Hillman (1929)
La novità del punto di vista di Hillman è l'idea che lo scenario dell'intervento psicologico non possa più essere solo quello del terapeuta di fronte al paziente: per lui è necessario che la psicologia diventi una terapia delle idee, e non più solo di singole persone. Nelle parole di Hillman, "la terapia non è solo qualcosa che gli analisti fanno ai pazienti, ma anche un processo che si svolge in modo intermittente nella nostra individuale esplorazione dell'anima, negli sforzi per capire le nostre complessità... nella misura in cui siamo impegnati a fare anima, siamo tutti, ininterrottamente, in terapia."
Quindi non più l'individuo e i suoi problemi, sia pure all'interno di un "inconscio collettivo" (Jung), ma l'individuo e il mondo, con problemi che sono in primo luogo del mondo. La singola persona riesce forse ad attutire, se non a eliminare, i suoi problemi personali interessandosi del mondo in cui vive, guardando fuori di sé. L'uomo però non deve subire i problemi del mondo, assumendoli dentro di sé come irreparabili, ma deve partecipare alla loro soluzione aprendosi all'esterno, uscendo da sé, mettendosi in relazione con gli altri.
E ogni forma espressiva, ogni emozione umana si manifesta in simboli che pre-esistono alla psiche individuale, e che la organizzano: gli archetipi. Gli archetipi (nozione già adottata da Jung) sono pure forme condivise da tutta l'umanità, sedimentate nell'inconscio collettivo di tutti i popoli, senza alcuna distinzione di luogo e di tempo. Sono le radici dell'anima che governano le prospettive attraverso cui vediamo noi stessi e il mondo.
In estrema sintesi, si possono individuare quattro luoghi fondamentali nel discorso della Psicologia Archetipica;
Un'enfasi sulla nozione di anima
Un recupero dell'immagine, che viene sottratta alla retorica negativa della fantasticheria
Una re-visione della clinica alla luce delle attività primarie dell'anima e delle immagini da essa prodotte
Una re-visione della teoria della personalità nella cornice di una psicologia politeistica
La Psicologia Archetipica restituisce all'anima il posto che le compete.
Fare anima è stare con le immagini dell'anima, e da lì, da quella prospettiva, guardare all'Io e ai suoi bisogni. Fare anima è stare nel sacro, nella capacità di darsi e nel piacere, nel fuoco, nel calore psichico, nella beatitudine di cui questo darsi è fonte.
Fare anima significa sviluppare la capacità di "vedere" che persone cose, luoghi ed eventi che quotidianamente percepiamo sono un sogno all'interno di un sogno e non hanno alcuna sostanza reale, sono ombre, miraggi; come l'immagine della luna riflessa nell'acqua, sono visioni vivide e lucide, ma prive di sostanza. Il senso dell'oggettività delle cose e del materialismo sono inganni che, al momento del risveglio dal sogno, svaniscono come fumo nel vento.